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Wednesday, September 08, 2010
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testimonianze dall'Abruzzo

come annunciato sulla rivista Confronto Professionale 1/2009, ecco la versione integrale delle testimonianze dei colleghi che si sono recati in Abruzzo per portare soccorso alle popolazioni colpite dal sisma del 6 aprile.

Da parte mia, un grazie sentito e sincero a chi ha voluto condividere con tutti noi la propria esperienza.  E.Palma

 
 a cura di Antonio Taffi infermiere presso C.O. 118 ospedali Riuniti Ancona
 
Domenica notte in C.O. turno abbastanza tranquillo per come è un giorno di fine settimana, ore 03:30 circa tutto ad un tratto i monitor dei computer iniziano a vibrare subito sguardo profondo tra i colleghi e poi il silenzio un attimo di silenzio un frangente per dire il TERREMOTO, subito il mio pensiero vola a casa dalle mie bimbe e mia moglie e quasi per telepatia squilla il mio telefono: Antonio il terremoto… Rispondo si ma a casa tutto ok ???? tento di rassicurare mia moglie a casa sola con le bimbe, ma dentro di me iniziano le prime domande dove sarà stato? Sicuramente vicino vista l’intensità della scossa.. chiudo il telefono con lei e subito la C.O. viene invasa da una miriade di telefonate di persone terrorizzate svegliate dalla scossa, tutte con la stessa domanda ma cosa succede che dobbiamo fare? Dobbiamo abbandonare la casa? La risposta che tento di dare nei confronti dell’utente è quella più precisa possibile del tipo cerchi di stare tranquilla signora la cosa più sicura da fare è sicuramente abbandonare la casa e scenda in strada e si metta in una zona sicura.. Nel frattempo iniziamo una ricerca su internet e sulla TV ma ancora la notte nasconde il tutto copre il disastro man mano che passa il tempo iniziano i primi TG e ci indicano la zona dell’evento, sulla TV iniziano a scorrere le prime immagini del disastro provocato dal terremoto il crollo della casa dello studente di l’Aquila si vedono gli studenti che scavano e tentano di estrarre dalle macerie i propri compagni, milioni di commenti con i miei colleghi e dentro di me era scattata la molla di andare di partire per recarmi li a portare soccorso, ore cinque circa arriva l’sms da parte dell’ARES Associazione di cui faccio parte per dare l’immediata disponibilità alla partenza, la risposta al messaggio è istantanea” ok sono disposto a partire subito” avverto mia moglie della decisione.
Termino il turno lavorativo e dentro di me sempre più forte la voglia di partire torno a casa abbraccio la mia famiglia, preparo le valigie doccia e dopo neanche trenta minuti di ritorno verso il Capi di Passo Varano per aiutare la preparazione dei materiali per la partenza, da li a poco Marco il Presidente della Associazione comunica che il primo personale partirà a bordo di ambulanze per andare a formare secondo la Medicina delle Catastrofi le squadre di recupero zaini in spalla pronti anzi prontissimi per la partenza per andare verso l’unica cosa certa l’Aquila…. Perché nel tempo ho imparato che tutte le altre notizie che girano sono svianti e diffuse in maniera non precisa e ti portano fuori concentrazione. Alle ore 11/00 circa finalmente si parte durante il viaggio provo a riposare ma l’adrenalina a fiumi scorre nel corpo…. Arriviamo nei primi paesini colpiti dal sisma ed ecco qua che inizio a vedere i danni che la terra è capace di produrre la chiesa del paesino dimezzata tutte le macerie riverse sulla strada la gente in strada le forze dell’ordine che presidiano i paesini ci si scambiano piccoli saluti e nel viso di ognuno di noi si vede lo stupore nel vedere le macerie…
Il target previsto per noi è presso l’ospedale di l’Aquila che lo stanno evacuando perché pericolante. Alle ore 14/00 circa dopo mille peripezie nel percorso finalmente arriviamo nel parcheggio antistante l’ospedale San Salvatore la struttura da lontano si presenta intatta ma più ci si avvicina e più si nota ancora una volta la forza della natura crepe che sono riuscire ad aprire i mattoni a faccia vista della struttura, Persone che vagano per le strade letti fuori dall’ospedale familiari dei ricoverati in una sola parola una baraonda….
Effettuato il Briefing si inizia ad aiutare i colleghi nel portare fuori persone e materiali dalla struttura, mentre transito in un corridoio incontro una collega che appena mi vede mi abbraccia ringraziandomi e da quel abbraccio e dai suoi occhi si leggeva paura e stanchezza.
Scende la notte e inizia il lavoro del montaggio delle tende per l’allestimento dell’ospedale da campo, facciamo per poco in tempo a finire di montare la prima che inizia a piovere……., grandinare e ciliegina sulla torta una bella scossa di terremoto ma in quei momenti non senti niente ogni pensiero è rivolto all’aiuto del prossimo.
Scende la notte e con il mio amico Rocco Ortopedico decidiamo di prendere l’attrezzatura della Sala gessi adiacente il Pronto Soccorso, nel piazzale antistante c’era la caposala del PS una collega e dei medici che non volevano entrare perché avevano paura, li rassicuriamo ci facciamo spiegare dove stanno i materiali spieghiamo loro che li avrebbero successivamente ritrovati nell’ospedale da campo, sguardo profondo di intesa tra di noi e via si entra non passa neanche un minuto che ecco che ritorna un’altra scossa di terremoto…… quasi incuranti noi si continua a disporre i materiali sul carrello che da quanto tremava la terra si confondeva il mio sguardo come se fossi ubriaco…….. nel frattempo la caposala che mi urla esci esci alla fine esco ma solamente perché non entrava niente di più sul carrello una volta fuori mi fa notare che proprio sopra a me si era aperta una crepa di circa dieci cm la guardo e ringrazio Dio per l’aiuto e via di nuovo al lavoro fino al mattino seguente… Alle ore 05/00 del giorno successivo Martedì mattina finalmente una parte dell’ospedale era operativa e in serata tutto era operativo, finalmente si era riusciti in tempi records a rendere operativa una struttura importantissima per la città. Piccolo riposino e via di nuovo al lavoro nella struttura che nel frattempo si era popolata di persone.
Si inizia con i turni lavorativi ogni infermiere viene destinato ad un’area: Area dei rossi area dei gialli area dei verdi ed io vengo assegnato al triage prendo in mano un bel mazzo di schede penna un pezzo di cartone come cartellina, e via si inizia a tentare di dare una risposta alla miriade di richieste sia di carattere sanitario che informazioni riguardo a dispersi, la richiesta che mi più mi ha sconcertato è stata quella di un signore che si presenta con un impegnativa in mano e mi dice che doveva eseguire una risonanza magnetica io pausa…… e mi giro per mostragli l’ospedale e lui ripete che non gli importava nulla di quanto era successo ma erano tre mesi che aveva la prenotazione quindi doveva fare l’esame….io e miei colleghi ci accorgiamo sempre di più che la gente era totalmente fuori di se………. Una vasta gamma di sensazioni chi indifferente al fatto chi invece arrabbiato…… ma davanti a tutto questo noi eravamo li per dare una risposta ma non una qualsiasi una risposta professionale.
Inizio a separare le persone in base al triage chi doveva effettuare una impegnativa da una parte chi doveva effettuare il prelievo per la coagulazione chi la chemioterapia, chi assumere il metadone, chi cercava il familiare disperso……chi doveva effettuare le medicazioni……….e chi invece ferito….
 
Beh insomma quello che succede ogni giorno nei nostri ospedali l’attività routinaria che lì era stata stravolta in un attimo, ma dopo un po’ con l’aiuto dei volontari delle Anpas e della Cri riusciamo a stabilire una parvenza di ordine si del resto mi accorgo che bastava ascoltare le persone e fargli tornare CALMA….Tranquillità…. e trasmettere PROFESSIONALITA’…………
Facile èèèè no non lo è ma per noi Infermieri deve esserlo infondo è il nostro lavoro……è quello di aiutare il prossimo……
Concludo dicendo che questo tipo di esperienze le consiglio a tutti i colleghi ci fa bene ci fa capire quanto è importante la nostra professione ci fa uscire dai nostri reparti e dalle nostre mura e lavorare in maniera diversa in una parola si esce dalla routine quotidiana, e poi quando parti come volontario ma quello vero………e con l’anima in pace cioè no giusto per dire anche io ci sono stato e fare mille peripezie pur di partire fingere nei confronti del proprio io e dei propri conoscenti si torna a casa che si sta un sacco bene……….
Grazie Antonio…. 
A cura di Anna di pietro infermiera emodialisi Ospedali riuniti
 
ancona Il tg!
Sempre le stesse notizie! Brutte notizie........! o "Un´auto viene travolta da un autocarro, intera famiglia distrutta." Una notizia così impegna il nostro cervello per circa 3-4 secondi il tempo per dire: "Mi dispiace"! Poi tutto ritorna come prima.................... Tutto quello che succede fuori dalla nostra sfera affettiva sembra lontano, non ci appartiene .
Alle ore 3.30 una devastante scossa di terremoto scuote la città dell´ Aquila .
Il sangue mi si gela, tutto sembra assurdo:"Forse hanno sbagliato città"!
Lo speaker aggiunge :" Oltre alla città dell´Aquila anche Sulmona viene investita dalla tremenda scossa. La vita si ferma, tutto intorno sembra crollare, tutte le mie certezze si frantumano e svaniscono come polvere al vento.
In un colpo solo ho perso tutto.
"Mio Dio non può essere vero" Penso che sarei dovuta essere più vicina ai miei, che dovevo essere la con loro, forse........... Anche con me vicino nulla sarebbe cambiato. L´angoscia intanto prende il sopravvento, cerco il cellulare ma non riesco a mettermi in contatto.
La vita si è fermata, si è interrotta una cascata di emozioni contrastanti invadono la mia mente ma un´emozione prevale su tutte :"Sono stata troppo poco tempo con i miei dovevo essere più vicina, dovevo esserci anch´io"! Un´altra ancora:" La mia terra non esiste più non ho più radici, non appartengo più a nessuno".
E´ dilaniante percepire questo sentimento, un sentimento di non appartenenza, di sentirsi soli, smarriti e con le proprie incertezze. In quel momento ho pensato a Dio. Dopo alcuni giorni ho abbracciato i miei, la mia terra è in ginocchio ma osservo la gente e vedo che lotta e va avanti. Mi viene incontro mio nipote.............e capisco che la vita continua. Presto mi trasferirò dalle mie parti nella mia terra dove contribuirò alla ricostruzione.
Oggi ad un mese di distanza posso dire che questa esperienza mi ha cambiato, non riesco a capire e a percepire del tutto il mio cambiamento ma posso dire che da quel giorno "6 aprile 2009", da quando la mia vita si è fermata guardo alla vita e la vedo diversa, vivo tutto più intensamente.
La mia vita si è fermata, ha ripreso ma con un´ Anna più consapevole più responsabile che guarda al futuro con un filo di speranza in più e con la voglia di ricominciare.
 
a cura di Francesca Sbaffo, infermiera UTIC Ospedali Riuniti Ancona
Una goccia importante
Boato nella notte … paura, angoscia.
Immagini alla televisione … catastrofe, lacrime che scendono lente e ti creano una voragine allo stomaco… … Partenza … visi tirati, sorrisi di cortesia, tristezza, preoccupazione… imprevisti! … Arrivo … vuoto, buco allo stomaco…lacrime, impotenza, infinita impotenza! Organizzazione, attesa … stressante attesa! … Rabbia, lavoro, tanto lavoro ! Forza, forza sconosciuta, resistenza che non credevo di avere … … Sonno, tanto sonno! Sorrisi, “Grazie”… una semplice parola che ti riempie il cuore e ti ricarica … Soddisfazione, enorme soddisfazione! .. Boato… scossa., l’ennesima scossa… la prima per te, l’ennesima per loro.
Paura, panico, terrore, lacrime, carezze, abbracci, sicurezza … sicurezza che cerchi di trasmettere ma che in realtà non hai! “Tranquilli è tutto finito !” … menzogna.
Carezze, tenerezza … che dai, ma soprattutto che ricevi! Amicizia, vera amicizia! Persone sconosciute fino a ieri che diventano essenziali oggi. Coalizione, collaborazione … nasce tutto dal nulla ma è tutto sincero.
Stanchezza, rabbia perché questo incubo sembra non avere mai fine!
Un grazie particolare e sincero a Paolo, “il sig al letto 8 con i baffi” che l’ultima notte non riposava e continuava a guardarmi.
Mi avvicino in ginocchio e gli chiedo: “Cosa c’è non riesce a dormire? Ha paura? … Stia tranquillo!”.
Mi risponde: “No, ti osservo”.
Gli domando: “Mi osserva?”
Risponde: “Si ti osservo” e mi sorride.
Gli domando: “Come scusi ?”
Mi risponde con le lacrime agli occhi: “Si, ti osservo perché quando vedo le vostre giacche arancioni mi sento al sicuro”
Gli domando: “In che senso?” Mi risponde: “Si, mi sento al sicuro. Sono due giorni che ti osservo e mi sento al sicuro. Io non so se sarei mai riuscito a farlo”
Gli rispondo: “Lei non lo avrebbe fatto se questa catastrofe fosse accaduta nelle Marche? Non è mai troppo tardi per fare volontariato” Mi risponde: “ Ora si, prima d’ora non lo so. Siete fantastici” Mi si riempiono gli occhi di lacrime e lo ringrazio. Mi è stato chiesto di scrivere una testimonianza sui miei giorni all’Aquila; questo è quello che ho provato… “una goccia in mezzo al mare… una goccia importante”
 
 
Coppito - L'Aquila, Aprile 2009
a cura di Antonella Aiudi, infermiera Sala Gessi, ZT4 Senigallia
Con un abbraccio commosso e sincero.
È così che termina ed inizia la nostra esperienza.
Con uno sguardo che racchiude in sé troppi stati d’animo per poterli raccontare tutti. Tristezza, sconforto, lacrime per aver perso tutto, ma allo stesso tempo lacrime per essere ancora vivi, gratitudine dopo un primo attimo di diffidenza ma soprattutto tanta grinta e tanta voglia di non mollare. Perché, checché ne dicano gli altri, gli Italiani sono un popolo fatto di gente meravigliosa. E proprio per questo in un attimo eravamo tutti lì. Medici, infermieri, operai, studenti, pensionati, Scout, volontari.
Eravamo tutti lì, pronti a dare il meglio di noi, ciascuno secondo le proprie capacità.
Non importa il colore dell’uniforme o l’associazione che rappresenti o il lavoro che svolgi. Tutti con un obiettivo comune: regalare un sorriso a chi, oltre alle persone care ed ai beni materiali, ha perso anche quello. È allora che ti accorgi che la mano gelida della tragedia si stringe, come in segno di pace, con quella calda ed affettuosa della fratellanza e della solidarietà. Ai volontari soccorritori si affiancano ben presto i cittadini “sfollati”, perché se da un lato noi abbiamo voglia di fare, loro hanno la necessità di fare. E così nascono in tempi record le tendopoli.
Laddove prima c’era un prato o un campo o un parcheggio adesso c’è una città, tutta blu, di tela e ferro. Una bella casa, tutto sommato, per chi non avendola più era costretto a dormire in auto. Poco più in là, affianco a quello che resta del San Salvatore, un ospedale da campo per arginare le piccole urgenze-emergenze ed ospitare pazienti all’interno di degenze di tela gonfiabili. Curioso però vedere il tendone della pediatria, il pronto soccorso, la medicina interna ed altri reparti, pavimentati d’asfalto. Insomma un bel casino di gente che va e viene, materiali di ogni tipo e beni di prima necessità offerti da chi, pur non potendo venire, vuol far sapere che c’è comunque.
Il calore umano riversato su quei “poveretti” ci ritorna tutto indietro e lo avverti quando le labbra, ormai serrate dalla rabbia, lasciano intravedere un sorriso, malgrado tutto. Ma ogni tanto la terra che trema ci ricorda perché siamo lì.
Basta!
 
a cura di  Robero Maccaroni, Infermiere Ospedali Riuniti Ancona 
E’ sempre la stessa storia. Lo so, è un’espressione strana riferita a un evento di tale eccezionalità, ma è così. E io l’avevo sentito il terremoto, quel sinistro dondolio nella notte che sembrava non finisse più. Eppure quando lo senti, il terremoto, ti sembra sempre che l’evento sia tutto lì. O meglio che sia proprio quello lì, l’evento, in quel lieve rollìo che ti sveglia per un po’, fa penzolare il lampadario e nulla più. Non sempre ti viene da pensare che da qualche altra parte quello stesso dondolio abbia potuto seminare distruzione e morte. Ed è allora che la storia, quella dell’Ares, si ripete.
Sono circa le cinque quando Il dr. Esposito mi chiama “Hai visto il messaggio?”, “Quale messaggio?” “Ma come l’ho mandato mezz’ora fa?”…(Dormivo. Maledizione Marco, io la notte dormo!). “Non c’ho fatto caso, che è successo?” “Dobbiamo andare al magazzino della protezione civile, c’è stato un terremoto in Abruzzo. Vogliono l’ospedale da campo.” “Ok, mi vesto e arrivo”.
Non mi dice se devo partire e io non glielo chiedo, sappiamo entrambi che sarà così.
Il magazzino è già in attività, il personale della Regione ha già cominciato il suo valzer di containers, muletti, gru e camion.
Cominciano ad arrivare gli altri dell’Ares, c’è da chiamare il personale, da decidere in quanti andremo giù, bisogna verificare di quali specialisti hanno bisogno, telefonate che si rincorrono. E poi il nostro ospedale, io mi occupo dei materiali. Alcuni sono già pronti, altri sappiamo che non lo sono, non abbiamo i farmaci c’è da attivare subito la farmacia di Torrette, e ci serve una scorta di ossigeno. Quello che abbiamo non è sufficiente. Subito.
E’ passata mezz’ora, siamo ancora a casa ma siamo già in piena emergenza.
Passa ancora del tempo, far partire un ospedale da campo non è cosa da poco, intanto si susseguono notizie dall’abruzzo, da un primo dimensionamento dell’evento le vittime sarebbero 40. Quelli di noi che hanno già avuto esperienza nel campo della medicina delle catastrofi sa che quel numero è destinato a salire, purtroppo, di parecchio. Alla fine saranno 300.
Il carrozzone è pronto, finalmente si parte, ci arriva la notizia che l’ospedale Regionale dell’Aquila non è più agibile, il nostro dovrà sostituirlo. Si parla poco lungo la strada, si prova ad immaginare gli scenari e alzi la mano chi non ha pensato di essere catapultato fra le macerie, a scavare con le mani, a trattare i pazienti direttamente lì, nei luoghi dove la tragedia si è manifestata. E invece, ancora una volta, non sarà così, e lo sappiamo. Un ospedale da campo deve rimanere in zona sicura, fuori dalle zone più operative dove lavorano le squadre di recupero e i Posti Medici Avanzati, è l’ultimo anello della catena dei soccorsi nelle maxiemergenze. Così come altre volte non vedremo macerie, non scaveremo, non vedremo ruspe.
I dirigenti della Regione Marche e dell’Ares ci hanno preceduto, hanno già individuato il posto dove metterci: uno dei parcheggi dell’ospedale dell’Aquila, che stanno provvedendo ad evacuare. La scena che ci si presenta è da girone dantesco: i porticati dell’ospedale, i parcheggi antistanti i reparti, i corridoi esterni sono pieni di letti occupati da pazienti smarriti che sono stati tirati fuori dai reparti pericolanti dal personale ospedaliero. Ci sono proprio distese di ammalati che attendono il loro turno per essere trasferiti in qualche ospedale che non conoscono, sopra le nostre teste si muovono decine di elicotteri che atterrano a turno poco più in là, sull’elisuperficie.
L’ospedale dell’Aquila è un ospedale regionale, universitario, di recente costruzione. Il paragone con quello dove lavoro io è inevitabile, così come inevitabile è immaginarmi la trasposizione dell’evento. Per fortuna c’è ben altro da fare che fantasticare, c’è l’ospedale da tirar su, e in fretta. Il nostro presidente ci comunica le telefonate continue del direttore del Pronto Soccorso che chiede la nostra operatività per poter trasferire una parte dei pazienti e per poter accogliere i nuovi accessi.
Acceleriamo il passo ma ci vorranno comunque delle ore; l’ospedale da campo della Regione Marche è un complesso di circa 15 tende (nella sola parte operativa) con aree dedicate al triage, al trattamento dei codici verdi e gialli, una sala emergenza per i codici rossi, l’osservazione breve con circa dieci posti letto, una tenda specifica per l’ortopedia/sala gessi, un’area degenze di medicina generale. Si completa poi con un laboratorio analisi, una tenda per la radiologia con la possibilità di effettuare radiografie ed ecografie, una centrale di sterilizzazione collegata alla sala operatoria, corredata di tutto il necessario per effettuare interventi di stabilizzazione di chirurgia (generale, vascolare, toracica), di ortopedia e di ginecologia/ostetricia.
Ci vengono trasferiti i primi pazienti nel primo pomeriggio, l’area di medicina è la prima a essere operativa, il pronto soccorso comincia a trasferirci i suoi pazienti, si tratta prevalentemente di politraumatizzati che a causa dell’iperafflusso non sono ancora riusciti a visitare. Durante i trasferimenti abbiamo modo di scambiare alcune parole col personale dell’ospedale, i racconti sono impressionanti, loro sono sconvolti, confusi. Direi storditi.
Questa gente ha continuato a lavorare per circa quindici - venti ore all’interno di una struttura lesionata, o peggio che si lesionava sotto i loro occhi. Molti di loro non erano in turno la notte precedente ma dopo la scossa si sono fiondati in Pronto Soccorso. Quasi tutti abitano a L’Aquila, in centro, sanno di avere la casa danneggiata o crollata. Sanno che la stessa sorte è toccata alla casa dei loro cari e dei loro amici ma non riescono a mettercisi in contatto e aspettano notizie che nessuno gli darà. Come un riflesso condizionato riparte il confronto con la mia realtà…”e se succedesse a me?”.
L’ospedale San Salvatore (così si chiama la struttura lesionata) è ormai svuotato, mostra le sue feriti sui muri, poche le luci ancora accese. Come una struttura fantasma campeggia sul nostro complesso di tende come a volerci ricordare, se ce ne fosse bisogno, il perché siamo lì, e qual è la nostra funzione.
Continuiamo a vedere pazienti, nelle prime ore si tratta prevalentemente di patologie traumatiche, molte le fratture degli arti e del bacino. I pazienti più complessi vengono accompagnati a mezzo elicottero in altre strutture: Teramo, Pescara, Chieti, Avezzano, anche Roma.
Nelle ore e nei giorni successivi si diversificano gli accessi, si fonde la funzione di ospedale d’emergenza e quella di “nuovo ospedale provvisorio di L’Aquila”, con relativi accessi ordinari, per le consuete problematiche da pronto soccorso.
Molte le patologie cardiache, pare ci sia un razionale scientifico. Lo stress emotivo, la mancata assunzione di farmaci, rimasti all’interno delle case, il fatto di dormire per diverse notti in macchina o in posizione scomoda fanno aumentare di molto i casi di Sindrome Coronaria, scompenso cardiaco ed embolia polmonare, riusciamo a gestirne alcuni, altri hanno bisogno delle terapie intensive. Ancora Chieti, Pescara, Teramo. Ancora elicotteri. Per fortuna non macano.
Così come non mancano i giornalisti, sono dappertutto, da ogni parte del mondo, di qualsiasi testata. Ci fermano in continuazione, ci piantano davanti le loro telecamere o i loro taccuini senza preavviso, impossibile non concedere una battuta, un’impressione.
Parlo con un giornalista francese, mi chiede il permesso di intervistare un paziente, uno che abbia voglia di raccontare. Mi viene subito in mente il signor Carlo, l’ho conosciuto ieri nella tenda degenze. Ha una frattura di bacino, stabile per fortuna, un sorriso amaro sempre sul volto, parla con piacere, i suoi parenti sono sempre con lui. Forse il signor Carlo ha voglia di raccontare qualcosa, glielo chiedo. E’ un po’ stanco ma acconsente.
Accompagno il giornalista in tenda e mi siedo sul letto vicino al signor Carlo, lo ascolto per tutto il tempo mentre racconta della scossa, di come abbia visto la parete venirgli addosso, del fatto che non riuscisse ad urlare mentre sentiva il figlio chiamare “Papà!” a squarciagola. Di come poi sia riuscito a tirar fuori un braccio, finalmente dopo un paio d’ore, così il figlio, rimasto lì a scavare per tutto il tempo ha potuto afferarlo e tirarlo fuori, con l’aiuto del fratello più piccolo. Il tutto davanti a quell’occhio vitreo marca Sony. Lui parla spedito, solo a tratti si interrompe quando nomina il figlio, la voce gli si rompe per un attimo ma lui vuole continuare, e allora deglutisce con decisione e va avanti. Forti e gentili ‘sti abruzzesi. Finisce l’intervista ringrazio il signor Carlo con un po’ di senso di colpa e accompagno i francesi e subito fuori dalla tenda il giornalista mi ferma: “Non avete una storia eccezionale da farmi raccontare da qualcuno?”.
Vorrei rispondere d’istinto, la prima cosa che mi viene in mente, ma indosso una divisa, rappresento qualcuno, non posso. E allora dico che no, non ci sono storie eccezionali per come le intende lui. Qua sono tutte eccezionali le storie. Perdere la casa è eccezionale, perdere il lavoro è eccezionale, perdere le proprie cose è eccezionale, perdere l’orientamento. E’ eccezionale. Lui se ne va, deluso, convinto che la sua domanda fosse più che legittima.
Passano intanto i giorni, il nostro ospedale funziona meglio. Sono arrivati i bagni, la cucina funziona a pieno regime. Insieme hai nostri reparti di emergenza si uniscono altre Unità Operative. La Protezione Civile ha fornito ai sanitari locali la possibilità di proseguire la loro attività almeno a livello ambulatoriale, mettendo loro a disposizione delle tende e delle attrezzature.
Sorge così la dialisi (prima dialisi sotto tenda di cui abbia sentito parlare), la psichiatria, la diabetologia, la chirurgia vascolare, la cardiologia con relativo ambulatorio pace-maker, la dermatologia. Arriva un camper enorme con la scritta “odontoambulanza”, sono un gruppo di dentisti di emergenza provenienti da Roma, c’è l’unità oftalmica su furgone. Hanno anche piazzato un camion con una TAC.
Siamo pienamente operativi, la struttura funziona ora al meglio delle sue potenzialità. Gli accessi sono ormai quelli del “vecchio” pronto soccorso prima dell’evento, sia per tipologia sia per numero (facciamo una media di 120 accessi al giorno circa).
Mi viene in mente la frase detta al giornalista “qua tutto è eccezionale”. Sembra che la vita qui si sia trasferita in una nuova dimensione di ordinarietà, fatta di tende, di bagni chimici, di file fatte per mangiare su vassoi tutti uguali.
Per quanto tempo qua sara’ tutto eccezionale? Per quanto tempo questa sarà la loro normalità?